L’AMIANTO IN MOLISE: UN RISCHIO CONCRETO, SCONOSCIUTO E IGNORATO

A 20 anni dalla legge 257 del 1992, che lo metteva al bando e a poco più di sei mesi dalla condanna a 16 anni di reclusione per gli ex vertici della multinazionale Eternit, l’amianto è ancora molto diffuso in Italia e tanti siti contaminati attendono di essere bonificati. Si stima l’esistenza di 32 milioni di tonnellate di materiale contaminato ancora sparsi per il Paese. Tutto questo ha un pesante impatto sanitario sulla popolazione: ogni anno in Italia si registrano tra le 2.000 e le 4.000 morti a causa della sua esposizione professionale, ambientale e domestica. Anche sul nostro territorio la presenza di amianto è ancora molto elevata. Secondo la “mappatura delle zone di territorio molisano caratterizzate dalla presenza di amianto” realizzata dall’ ARPA Molise relativa al 30 Maggio 2006, su 743 edifici censiti (tra pubblici e privati) “si è accertata la presenza di amianto in 666 siti (ben il 90%), 71 immobili sono stati bonificati nell’arco temporale che va dal 2003 alla data di chiusura della mappatura, e su 6 analisi effettuate relative ad un numero uguale di manufatti non è stata rilevata la presenza di fibre di asbesto”. Questi dati, gli unici reperibili sul sito dell’ARPA, sono sicuramente preoccupanti e dimostrano quale sia la presenza massiccia di questo materiale sul territorio regionale. Inoltre, a testimoniare come non bisogna abbassare la guardia su questa problematica, ci sono anche i tanti episodi di cattiva gestione dell’eternit avvenuti negli ultimi periodi in regione. Come non parlare dello stato in cui versa l’ex porcilaia di Selva Piana, dove, a distanza di anni dalla dismissione dell’attività, non si è bonificata l’area ed è ancora forte la presenza di amianto nella struttura. Di recente ci è giunta notizia di un episodio accaduto in uno stabile del centro di Campobasso, riguardante la rimozione di una canna fumaria in eternit in modo, a dir poco, non regolare, a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione. Dell’accaduto è stata informata azienda sanitaria regionale; in particolare, tale canna fumaria sarebbe stata abbattuta “a picconate”, senza alcun tipo di precauzione, da alcuni operai dell’impresa di costruzioni che stava eseguendo i lavori. E’ molto probabile che una simile leggerezza, che contravviene anche alle norme sulla sicurezza del lavoro, provocando una dispersione di fibre di amianto negli spazi circostanti, abbia contaminato gli ignari abitanti del palazzo, bambini, adulti, anziani, senza distinzione, e gli stessi operai, per il semplice fatto di aver compiuto un atto semplice e naturale: respirare! Per una procedura di lavoro compiuta senza osservare le più elementari misure precauzionali, che ha esposto al grave rischio di inalazione delle fibre di amianto, sia gli operai addetti, sia i residenti della zona, ci aspettiamo che le autorità competenti che ne hanno avuto notizia, procedano, senza indugio, all’accertamento delle eventuali responsabilità. L’amianto può essere confinato e inertizzato definitivamente con tecniche ormai sicure, ma per fare questo è necessario che le istituzioni locali, nonostante il periodo di crisi economica, incentivino gli interventi di risanamento, quantomeno attraverso una capillare informazione ai cittadini e un preciso censimento delle numerose strutture che ancora lo contengono. Solo cambiando l’approccio tenuto fino ad oggi nella lotta all’amianto, in l’Italia sarà possibile quella svolta auspicabile e quanto mai necessaria, alla luce delle gravi patologie che causa l’inalazione delle sue fibre: promuovere e incentivare le buone pratiche ambientali ed economiche, come quelle eternit-free che prevedono la sostituzione delle coperture in amianto con pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica; diffondere la cultura del corretto e legale smaltimento, attraverso campagne di sensibilizzazione nelle scuole e un più attento controllo del territorio. Sta alle istituzioni locali dimostrare con atti concreti che questo è un obiettivo comune.

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